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La torre del homenaje

Al contempo urbano e territoriale, questo intervento riesce nella difficile alchimia di far rinascere un edificio storico recuperando l’identità di un orizzonte dimenticato

Manuel Garcia Barbero

Quando si guarda per la prima volta qualche foto da lontano di questa realizzazione progettuale, sembra che qualcuno abbia aggiunto una pellicola ad un volume costruttivo semitrasparente e irreale. La naturalezza dello stesso richiama l’attenzione, così come lo fanno i corpi degli animali abissali, perché vediamo ciò che non vediamo mai, vediamo ciò che succede all’interno senza entrare, e perché la funzione non deve essere unicamente supposta bensì si può vedere. Vediamo i movimenti all’interno così come vediamo il sangue scorrere in questi animali trasparenti e apparentemente fragili. È una struttura che per i sensi esiste e allo stesso tempo è inesistente, da qui il suo magnetismo e la sua magia.

Dal punto di vista organolettico, l’esperienza sorprendente continua ad aumentare quando ci avviciniamo alla struttura perché non smettiamo di scoprire cose che ci affascinano, dal momento che veniamo dal mondo manicheista, dove le cose o esistono o non esistono. Scopriamo l’intelligenza suprema che può derivare solo dall’applicazione più rigida della semplicità soppesata o intuita, dove il fattore di trasparenza è al 50%, metà aria e metà legno. Dal cortile sco-priamo che la semimaterialità di questa dualità ma-teriale, che nasce dalla somma dell’aria e del legno, ci sommerge in un mondo dall’effetto moiré, tanto sconcertante quanto sensuale. Scopriamo l’assenza pratica di strutture che sostengono passerelle o fissano ringhiere, dove tutto è fatto con lo stesso elemento discreto e atomizzato in linee di differente longitudine, rendendo possibile questa strana omogeneità di aria e legno, che tanto sconcerta. Scopriamo che la figura della palizzata militare del Medioevo si sintetizza in una nuova forma del costruire, che si trasforma in una sensazione vicina a quella della gelosia islamica che, come il velo fine della seta, concede un vantaggio visuale a chi resta in penombra e osserva impunemente chi si trova nella zona di luce.Dal momento che aria significa luce, ciò non manca nel recupero coerente della parte massiccia, pesante e recondita dell’edificio. La base del complesso è una zona che per diritto proprio dovrebbe appartenere all’ombra oscura e alla timidezza familiare delle viscere dell’edificio, ma è talmente invasa dalla luce che permette finalmente di sfruttare i suoi spazi e la sincera trama del passato. L’autore di questo progetto ottiene una cosa su tutte: illuminare di luce un oggetto, che per il suo utilizzo in origine militare era proibito al popolo di pianura, illuminare una zona che durante i secoli fu sommersa dall’ombra dell’abbandono, illuminare quegli sguardi ritrovati che l’abbat-timento della torre sottrasse agli occhi della gente di Huéscar. La logica dell’applicazione dei materiali e il ricorso compositivo di questo semplice progetto sono schiaccianti. La parte pesante, terrena e di per sé oscura, al di sotto, non si carica né di maggiore massa né di maggiore oscurità. La parte aerea del progetto intraprende invece un cenno di complicità con la stessa aria, come se pagasse un pedaggio al vento nel darle il ruolo di co-protagonista, condiviso con il legno, che, a sua volta, è pregno di aria. La luce e l’aria sembrano compiaciuti e sono visitatori quotidiani, che sembrano vegliare affinché la sensualità della struttura non perda la sua magia. Il legno brilla perché si trova al suo posto, perché il legno è terra, luce e aria.

Architettura

Antonio Jimenez Torrecillas

Fotografie

Jesus Granada, Vicente del Amo

Torre del Homejaje, Huéscar, Granada (ES)

Committente

Consejería de Cultura, Junta de Andalucìa

Architettura

Antonio Jiménez Torrecillas  
www.antoniojimeneztorrecillas.com

Costruzione in legno

Jovagema
www.jovagema.com

Calcoli statici

Manuel Gúzman Castaños

Realizzazione

2003 – 2005; 2007 – 2008

Superficie utile

810,02 m²

Costi

550.230,04 € (679,28 € / m²)